simposio lettori copertina

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lunedì 15 gennaio 2018

RECENSIONE: ILARIA TUTI - FIORI SOPRA L'INFERNO


Sinossi:

«Tra i boschi e le pareti rocciose a strapiombo, giù nell’orrido che conduce al torrente, tra le pozze d’acqua smeraldo che profuma di ghiaccio, qualcosa

si nasconde. Me lo dicono le tracce di sangue, me lo dice l’esperienza: è successo, ma potrebbe risuccedere. Questo è solo l’inizio. Qualcosa di sconvolgente

è accaduto, tra queste montagne. Qualcosa che richiede tutta la mia abilità investigativa. Sono un commissario di polizia specializzato in profiling e

ogni giorno cammino sopra l’inferno. Non è la pistola, non è la divisa: è la mia mente la vera arma. Ma proprio lei mi sta tradendo. Non il corpo acciaccato

dall’età che avanza, non il mio cuore tormentato. La mia lucidità è a rischio, e questo significa che lo è anche l’indagine. Mi chiamo Teresa Battaglia,

ho un segreto che non oso confessare nemmeno a me stessa, e per la prima volta nella vita ho paura.»

Questo non è soltanto l’esordio di una scrittrice di grandissimo talento. Non è soltanto un thriller dal ritmo implacabile e dall’ambientazione suggestiva.

Questo è il debutto di una protagonista indimenticabile per la sua straordinaria umanità, il suo spirito indomito, la sua rabbia e la sua tenerezza.

 

Sinossi:

Ecco… ancora una volta mi trovo a recensire un libro per niente facile da analizzare, un libro così peculiare che l’unico aggettivo che userei per definirlo è “sorprendente”. La mia recensione sarà, quindi, molto personale.

Tanto premesso, confesso che ad incuriosirmi, prima ancora della trama del libro, è stato il gran parlare che se ne sta facendo: mi ci sono avvicinata con la mia solita diffidenza perché volevo capire se fosse il solito caso editoriale in stile “Ragazza del treno” con tanto fumo e poco arrosto, o se ne valesse davvero la pena. Altro punto che mi ha dato qualche perplessità all’inizio è stato leggere, nelle note biografiche, che l’autrice ama i romanzi di Donato Carrisi che, invece, non rientra propriamente nei miei autori preferiti… capite quindi con che preconcetti mi approcciavo alla lettura!

 Ed in effetti l’influenza di Carrisi in questo libro si sente, soprattutto all’inizio: il linguaggio usato dall’autrice, come quello di Carrisi, è molto articolato, a volte non proprio lineare, ma mentre Carrisi mi dà sempre l’impressione di dire in modo troppo elaborato cose che richiederebbero molte meno parole, ho capito ben presto che i concetti espressi e le descrizioni contenute in queste pagine non avrebbero potuto trovare registro linguistico più appropriato. Ho fatto in fretta, quindi, ad abituarmi allo stile e ad entrare nella vicenda che, vi assicuro, è tutt’altro che banale e, ancora adesso, a lettura ultimata, mi lascia scossa per la sua crudezza e veridicità.

C’è un’indagine di polizia, c’è una serie di delitti, c’è un assassino che non rientra in nessuna categoria psicologica predefinita perché a volte uccide e a volte lascia vive le sue vittime, ci sono simboli difficili da codificare, c’è una comunità poco collaborativa ed abituata a sbrigarsela da sola e quindi poco tollerante nei confronti di poliziotti di città che vengono a rovistare nei suoi segreti. E poi c’è un territorio affascinante e malevolo, una terra portentosa e respingente, e c’è una donna, Teresa Battaglia, che porta nel nome tutta la sua essenza. E’ il commissario a capo dell’indagine, ha una mente veloce ed allenata che è la sua arma migliore perché le permette di capire le persone, la loro sofferenza, le emozioni che le spingono a commettere un delitto. Ma prima che un poliziotto, Teresa è soprattutto una persona, con pregi e difetti, con un corpo acciaccato dall’età, dalle sofferenze passate ma non sopite e da una malattia incipiente che minaccia di toglierle ciò che ha di più caro: la lucidità. Schietta, arguta, dura, Teresa non vuole piacere per forza; eppure, nonostante i suoi modi tutt’altro che accoglienti, tutti le portano rispetto, considerazione ed ammirazione. Perché? Perché non è solo brava nel suo lavoro: è dotata di una grande empatia e di una profonda umanità. E non potrebbe essere che lei l’unica persona in grado di capire un colpevole così fuori dalle righe, un carnefice-vittima, una sorta di “angelo vendicatore”, un padre che protegge i propri cuccioli.

E con queste premesse, come si può non consigliare questa lettura? Un’altra cosa che mi ha convinta in questo libro è il profondo legame con il territorio in cui è ambientato: una terra meravigliosa e ostile che, come il grembo di una madre, accoglie e protegge chi la abita e respinge con forza chi vuole violarla.

Come credo abbiate intuito, questo libro ha un’anima sua, una sua malia intrinseca, che pur attrae e cattura il lettore disturbando la quiete dell’anima. Un thriller psicologico scritto con penna sicura che di certo farà ancora parlare (bene) di sé. Ci sono elementi, infatti, che farebbero pensare ad un seguito o magari ad una saga… personalmente, a questo punto, me lo auguro perché, fidatevi, oltre a quello che vi ho anticipato, c’è molta più carne al fuoco. Perciò non lasciatevi sviare da parole come “esordio”, o “debutto”… questo è un thriller maturo, vale la pena di leggerlo e di lasciarsi sorprendere.

 

Opera recensita: “Fiori sopra l’inferno” di Ilaria Tuti

Editore: Longanesi, 2018

Genere: thriller psicologico

Ambientazione: Friuli, al confine con l’Austria

Pagine: 366

Prezzo: 16,90 €

Consigliato: sì

Voto: 9.

 

 

 

 

 

 

venerdì 12 gennaio 2018

RECENSIONE: JENNIFER ROY - AVEVANO SPENTO ANCHE LE STELLE


Sinossi:

La vera storia di Syvia Perlmutter: un racconto di coraggio, disperazione e sopravvivenza.

Per oltre cinquant'anni dalla fine della guerra, Syvia, come tanti altri sopravvissuti all'Olocausto, si rifiuta di parlare degli anni trascorsi nel ghetto

di Lodz, in Polonia. Seppellisce il passato e guarda avanti. A un certo punto, però, si rende conto che è importante condividere la sua esperienza e così

inizia a raccontare la sua storia alla nipote: dalla vita tranquilla nel ghetto, ai primi rastrellamenti degli ebrei, al tentativo del padre di nasconderla

in una buca scavata nel cimitero e sottrarla così alla ferocia nazista. Fino a quando l'intera famiglia sarà scoperta e Syvia rischierà la vita.

 

Commento:

Quando i nazisti cominciarono a rastrellare le città e i ghetti in cerca di ebrei da deportare, Syvia era solo una bambina: aveva cinque anni quando, davanti a una torta al limone che non mangerà mai, capisce di essere ebrea, di dover lasciare casa sua a Lods e di dover scappare con la sua famiglia senza sapere se farà mai ritorno tra quelle mura amiche. Ha otto anni quando i tedeschi prendono tutti i bambini dalle case degli ebrei e la sua famiglia, per proteggerla, la nasconde in una buca nel cimitero del ghetto. Ha dieci anni ed ha già sulle spalle un carico di paura, dolore, sgomento quando i russi liberano il ghetto il 19 gennaio 1945. Ed è proprio con le parole di Syvia, tornata a parlare di questa triste vicenda dopo cinquant’anni, che la nipote Jennifer racconta la sua storia.

L’espediente della narrazione in tono autobiografico – come se fosse un diario scritto dalla stessa Syvia man mano che viveva quelle atrocità – è particolarmente d’effetto: il pregio di questo libro è, infatti, che racconta con la semplicità degli occhi di una bambina una storia di dolore e dalle conseguenze molto più grandi di tanti adulti. Tutto in queste pagine fa rabbrividire ma non sconvolge: all’inizio il tono di Syvia è diretto, semplice, quasi non curante, di una bambina che non capisce bene cosa le accade intorno. Questo ha l’effetto opposto di creare nel lettore un timore incipiente per ciò che accadrà. Man mano che si prosegue nella lettura, però, tutto diventa drammatico, angosciante, ineluttabile, ma la voce di Syvia resta sempre, invariabilmente, quella di una bambina che, sebbene rischi la vita ogni giorno, sia costretta alla prigionia, agli stenti, dimostra sempre coraggio e la saggezza tipica di chi sa che se sbaglia non avrà occasione di tornare indietro e metterà in pericolo gli altri. Questa è una storia di coraggio, abnegazione, altruismo, una storia non originale, ma certamente toccante soprattutto perché riguarda dei bambini.

Libro breve e coinvolgente. Consigliato.

 

Opera recensita: “Avevano spento anche le stelle” di Jennifer Roy

Editore: Newton Compton, 2016

Genere: biografia

Ambientazione: Polonia, seconda guerra mondiale

Pagine: 218

Prezzo: 9,90 €

Consigliato: sì

Voto: 8.

 

martedì 9 gennaio 2018

RECENSIONE: LARS KEPLER - L'UOMO DELLA SABBIA (JOONA LINNA 04)


Sinossi:

Nel cuore di una notte d'inverno in cui la neve ricopre interamente Stoccolma, un ragazzo cammina lungo i binari di un ponte ferroviario sospeso sul ghiaccio,

in direzione del centro. Perde sangue da una mano ed è in gravissimo stato di shock: nel suo delirio febbricitante, parla di un misterioso uomo della sabbia.

Il ragazzo si chiama Mikael e risulta scomparso da dodici anni. Da sette è stato ufficialmente dichiarato morto. All'epoca dei fatti, dopo lunghe ricerche,

tutti hanno preferito credere che Mikael fosse annegato insieme alla sorellina, Felicia, scomparsa lo stesso giorno, sebbene i corpi non siano mai stati

trovati. Tutti tranne il commissario Joona Linna. Lui ha sempre saputo che i due fratelli sono tra le numerose vittime del più spietato serial killer svedese,

Jurek Walter, l'uomo che lui stesso ha catturato anni prima. Da allora Jurek Walter è detenuto in regime di isolamento nell'unità di massima sicurezza

dell'ospedale psichiatrico Lowenstromska. Non può parlare con nessuno ed è costantemente sedato, ma niente riesce a domarlo. Il male che abita in lui è

animato da una furia incontrollabile. Con il ritorno di Mikael, però, tutto cambia. Nessun caso può considerarsi chiuso. E Felicia potrebbe essere ancora

viva... L'unico a sapere la verità è Walter, l'unico uomo forse in grado di essere più pericoloso dietro le sbarre che da libero. Qualcuno deve introdursi

nell'ospedale e conquistarsi la fiducia del serial killer, sperando di indurlo a parlare. E, soprattutto, sperando di sopravvivergli...

 

Commento:

Quarto, avvincente episodio della saga che ha per protagonista il commissario Joona Linna. L’introverso, abilissimo poliziotto dagli occhi grigi e dal melodioso accento finnico stavolta dovrà combattere con uno degli enigmi irrisolti che costellano la sua vita: un criminale che ha catturato dodici anni prima e che ora è rinchiuso in un reparto di massima sicurezza di un ospedale psichiatrico torna a far parlare di sé. Una delle sue vittime, infatti, Mikael Koller Frost, scomparso all’età di dieci anni, fugge dal luogo dov’era tenuto prigioniero e riporta alla luce un caso che tutti credevano risolto. Tutti tranne Joona. Ora però bisogna salvare Felicia, la sorella di Mikael rimasta ancora nella “capsula” e bisogna fare in fretta prima che il morbo del legionario da cui è affetta ne provochi la morte. Occorre una missione speciale, della massima segretezza e pericolosità e per compierla è necessaria la bravura di Saga Bahuer che dovrà avvicinare il killer nella sua tana senza lasciarsi manipolare dalla sua astuzia. Purtroppo la missione si rivela più complicata del previsto.

Un thriller incalzante, come tutti quelli a cui ci ha abituato Lars Kepler: neve, velocità, efferatezza, precisione chirurgica di killer e poliziotti, è quello che troviamo ormai in ogni thriller di questa saga. Tuttavia, sebbene sia noto che io amo quest’autore – o questi due autori nascosti dallo pseudonimo di Kepler – per dovere di obiettività ammetto che questo è, dei quattro thriller che ho letto, quello in cui la storia sembra più inverosimile. Il cerchio quadra come al solito, le vicende sono appassionanti e la tensione è altissima, ma in più di un punto durante la lettura mi sono detta “Va beh, è assurdo”.

A parte questa mia considerazione personale, però, il livello è comunque molto alto ed anche questa è una lettura consigliata agli amanti del thriller nordico e di velocità e concitazione.

 

Opera recensita: “L’uomo della sabbia” di Lars Kepler

Editore: Longanesi, 2013

Genere: thriller

Ambientazione: Svezia

Pagine: 524

Prezzo: 16,40 €

Consigliato: sì

Voto: 8,5.

 

lunedì 8 gennaio 2018

RECENSIONE: GIANLUCA MOROZZI E FIAMMA SCHARF - RACCONTI PER PICCOLE IENE


Sinossi:

Le masse conoscono Manuel Agnelli da poco tempo, grazie a un noto programma televisivo. Per migliaia di amanti della musica, però, Manuel Agnelli è il

leader degli Afterhours, un gruppo che ha segnato la storia del rock italiano. C’è chi li ha conosciuti nel ’97 con il capolavoro Hai paura del buio?,

chi più tardi con Quello che non c’è o Ballate per piccole iene, e c’è chi li seguiva addirittura dai primi album in inglese.

Questa è un’antologia di scrittori che attingono alla loro passione e ne traggono racconti ironici, dove la musica degli Afterhours fa da sottofondo discreto,

o racconti intensi, in cui gli After sono un riferimento costante, compagni di strada e di percorsi.

Racconti di vita, di morte, di passaggi, di dolori, di concerti. Racconti in cui il linguaggio si fonde con quello dei brani più belli per diventare sperimentazione

e parola nuova.

Manuel e la sua presenza, Manuel e le sue parole, Manuel che incarna l’ideale di un uomo sfuggente eppure sempre presente. Manuel nel passato, Manuel nel

cuore e negli occhi di tutti.

Quattordici dichiarazioni d’amore all’universo Afterhours, curate da due fan storici come Gianluca Morozzi e Fiammetta Scharf.

 

Commento:

Beh… che dire? Neanch’io so dire cosa mi aspettassi di preciso da questo libro. Forse, da fan degli Afterhours, mi sarei aspettata qualche aneddoto in più su di loro, qualcosa che gli autori di questi racconti avessero vissuto e raccontassero in prima persona, senza nascondersi dietro espedienti narrativi più o meno credibili.

Invece no, i racconti contenuti in questa raccolta riguardano gli Afterhours e Manuel Agnelli da un punto di vista più emotivo e personale del vissuto dei fan e spesso, comunque, si tratta di storie di fantasia infarcite di citazioni dei testi del gruppo. Per carità, alcune storie sono molto carine, alcune sono angoscianti al limite del grottesco, altre fanno sorridere… però non saprei, forse mi sarei aspettata una presenza più reale del gruppo. Per questo motivo non darò più di un 6,5 a questa lettura che consiglio con cautela, più come lettura spartiacque o passatempo che come approfondimento su uno dei gruppi musicali più importanti e sottovalutati della storia musicale italiana dell’ultimo trentennio. Per capirci, belle le citazioni dei testi, ma se li conoscete già rimane poco altro. Mi dispiace.

 

Opera recensita: “Racconti per piccole iene” di Gianluca Morozzi e Fiamma Scharf

Editore: Giraldi, 2017

Genere: raccolta di racconti

Ambientazione: varie città d’Italia

Pagine: 190

Prezzo: 12,00 €

Consigliato: sì/no

Voto: 6,5.

 

domenica 7 gennaio 2018

RECENSIONE: JOHN STEINBECK - FURORE


Sinossi:

Pietra miliare della letteratura americana, "Furore" è un romanzo pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino

Bompiani l'anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale, nella

nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell'opera di Steinbeck, che restituisce finalmente

ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962. Nell'odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa

e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un'intera

nazione. L'impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria "come un marchio

d'infamia". Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell'uomo contro l'ingiustizia, "Furore" è forse il più americano dei classici

americani, da leggere oggi in tutta la sua bellezza.

 

Commento:

Angosciante, realistico, attualissimo. “Furore” è con ragione considerato una pietra miliare della letteratura americana e, aggiungo io, mondiale. Sì, perché sebbene racconti la storia della famiglia Joad, una delle tante famiglie che trasmigravano dall’Est all’Ovest degli Stati Uniti in famelica ricerca di un lavoro, di un posto dove stare e di un po’ di dignità, questa storia racconta, in realtà, le storie di tutti gli immigrati del mondo.

Storie di dolore e di coraggio, di tragedie umane e di vita vera, vita di persone senza nome, senza volto, senza tempo. Perché da che mondo e mondo la disperazione, la fame, la voglia di riscatto, l’amor proprio, la necessità di provvedere per sé e per i propri cari, hanno spinto e spingeranno sempre esseri umani a lasciarsi alle spalle una vita di ricordi e a spostarsi per cercare fortuna o anche solo un po’ di stabilità. E’ questo ciò che cercava la famiglia Joad quando lasciò, con nonni, cani e vettovaglie al seguito, la terra nell’Oclahoma da cui era stata scacciata per trasferirsi in California, attraversando a bordo di un camion scalcagnato la Route 66, passando fiumi e deserti per raggiungere il paese dove crescono le arance. Ma una volta giunti miracolosamente a destinazione l’accoglienza non è certo quella che ci si aspetterebbe da chi cerca braccianti per coltivare la sua terra… E le battaglie per sopravvivere non sono finite e non finiranno mai finché sorgerà il sole.

Un capolavoro di umanità, un libro senza tempo che osserva una realtà che tutti conosciamo e la racconta con occhio cinico e realista. Steinbeck alterna nella narrazione le vicende degli Joad e delle digressioni utili per generalizzare e contestualizzare: di solito non amo molto questi intermezzi nel racconto di una storia, ma in questo caso le digressioni sono pezzi di storia perfettamente inseriti nella narrazione e sono utilissimi a fornirci una visione d’insieme. Un libro che consiglio a tutti, anche con un occhio alla situazione che a tutt’oggi viviamo nel nostro paese: leggere queste pagine può aiutare chi ancora ha delle remore verso gli immigrati a capire la loro condizione e forse ad essere un po’ meno duro con i giudizi.

Ad ogni modo, a mio parere “Furore” è un libro bellissimo.

 

Opera recensita: “Furore” di John Steinbeck

Editore: Bompiani, prima ed. 1939

Genere: narrativa americana

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 633 (ed. 2013)

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì.

Voto: 9.

martedì 2 gennaio 2018

RECENSIONE: JEFFERY DEAVER - LA LACRIMA DEL DIAVOLO


Sinossi:

Il Becchino è in città. Il Becchino assomiglia a me. Cammina lungo le strade fredde e tristi proprio come camminerebbe chiunque altro, nessuno si accorge

di lui. Il suo volto è bianco come il cielo del mattino. Oppure scuro come l'entrata dell'inferno. " Alla vigilia del Capodanno del 2000, la morte serpeggia

per le strade di Washington. Indossa i panni di un uomo qualunque, invisibile perché assolutamente normale. Il Becchino può essere chiunque e nessuno.

Cammina silenzioso verso l'obiettivo, il passo scandito dalle lancette dell'orologio: l'uomo che gli dà gli ordini gli ha detto di colpire ogni 4 ore.E

lui lo farà. Sparerà sulla folla 100 colpi a casaccio. Si confonderà in mezzo alla gente. E dopo 4 ore lo farà di nuovo, e poi ancora, e ancora...Solo

l'uomo che gli dà gli ordini può fermarlo, e in una lettera spedita al sindaco chiede 20 milioni di dollari entro la mezzanotte per interrompere le stragi.

Ha fatto bene i suoi conti, ma non ha calcolato il destino: muore in un banale incidente proprio mentre sta andando a ritirare il denaro. E ora più nessuno

può fermare il Becchino. L'agente speciale Lukas, l'affascinante poliziotta incaricata di investigare sul caso, ha come unico indizio la lettera ricevuta

dal sindaco, e decide di coinvolgere nelle indagini Parker Kinkaid, esperto calligrafo dell' FBI. Il conto alla rovescia per il nuovo anno che risuona

per le vie della città è come il timer di un congegno mortale pronto a esplodere, se non si scopre chi èBecchino. Ma quei puntini sulle i, curiosamente

tracciati a forma di lacrima - la lacrima del diavolo - sono sufficienti per svelarne l'identítà?Con la dovizia di dettagli scientifici, i magistrali colpi

di scena e il ritmo mozzafiato che caratterizzano i romanzi di Deaver, La lacrima del diavolo è un thriller frenetico e geniale - bestseller in America

- che conferma lo straordinario talento di questo autore.

 

Commento:

Quando posso, mi piace leggere i libri nel mese o nella stagione in cui sono ambientati. Questo thriller si svolge il 31 dicembre, l’ultimo dell’anno, perciò ho avuto la fortuna di leggerlo a cavallo tra il 2017 e il 2018… vi assicuro che sembra un dettaglio insignificante, ma rende la storia ancora più credibile o, se preferite, incredibile.

Il becchino, un uomo assolutamente incolore, ordinario nell’aspetto tanto da passare inosservato, spara alla folla in luoghi precisi ad intervalli di quattro ore. Lo fa perché “l’uomo che gli dice le cose” gli ha detto di farlo, sarà lui a dirgli quando fermarsi. Ma accade un imprevisto ed il mandante muore mentre sta ritirando i soldi che aveva chiesto ed ora il becchino, un automa, una macchina, non può più essere fermato. Del caso si occupa L’Fbi ed in particolare la glaciale ed efficientissima agente Lukas, l’uomo dei miracoli Cage e il più esperto perito calligrafo in circolazione, Parker Kinkaid, ormai in congedo da anni per vicende familiari che occupano una buona parte del libro.

Scovare il becchino non sarà facile: bisognerà ingaggiare una lotta contro il tempo, inseguire un Sosco (soggetto sconosciuto) che è morto, comprenderne la mente e i piani, analizzare i documenti con particolare perizia perché possano svelarci tutto su di lui. Ma il Sosco aveva un piano per tutto, è intelligente, cerca la perfezione… e intanto si avvicina la mezzanotte…

Ancora un altro thriller che ci tiene con il fiato sospeso, rivelazione dopo rivelazione, colpo di scena dopo colpo di scena, nulla può essere dato per scontato. Ciò che è certo è che Deaver sa come tenerci incollati alle pagine e, leggendo i suoi libri, sappiamo che l’enigma non sarà del tutto svelato finché non si arriverà all’ultima riga dell’ultima pagina… con Deaver può sempre accadere qualcosa di imprevisto. La mia impressione personale, tuttavia, è che pur essendo un ottimo libro, questo “La lacrima del diavolo” mi ha stupita meno rispetto ad altri thriller di Deaver. Non so se sia il libro ad essere più prevedibile o se sono io ad aver capito lo schema. In definitiva, non proprio il mio preferito, ma comunque ottimo e consigliato!

Questo romanzo è autoconclusivo quindi può essere letto indipendentemente dagli altri dello stesso autore.

 

Opera recensita: “La lacrima del diavolo” di Jeffery Deaver

Editore: Bur, prima ed. 1999

Genere: thriller

Ambientazione: Washington D.C.

Pagine: 416

Prezzo: 9,90 €

Consigliato: sì

Voto: 8,5.

 

giovedì 28 dicembre 2017

RECENSIONE: WULF DORN - IL MIO CUORE CATTIVO


Sinossi:

C’è un vuoto nella memoria di Dorothea. Quella sera voleva uscire a tutti i costi ma i suoi l’avevano costretta a fare la babysitter al fratello minore

mentre loro erano a teatro. Ricorda che lui non ne voleva sapere di dormire e urlava come un pazzo. Ricorda una telefonata che l’aveva sconvolta, ricorda

di aver perso la testa, e poi più niente. Più niente fino agli occhi sbarrati del fratellino, senza più vita. C’è un abisso in quel vuoto di memoria, un

abisso che parole come «arresto cardiaco» non riescono a colmare. Perché la verità è che lei non sa cosa ha fatto in quel vuoto. Ma sa che sarebbe stata

capace di tutto… Solo adesso, dopo mesi di ospedale psichiatrico, di terapie, di psicologi, ha raggiunto faticosamente un equilibrio precario. Ha cambiato

casa, scuola, città: si aggrappa alla speranza di una vita normale. Ma una notte vede in giardino un ragazzo terrorizzato che le chiede aiuto e poi scompare

senza lasciare traccia. E quando, dopo qualche giorno, Dorothea scopre l’identità del ragazzo e viene a sapere che in realtà lui si sarebbe suicidato prima

del loro incontro, le sembra di impazzire di nuovo. I fantasmi del passato si uniscono a quelli del presente precipitandola in un incubo atroce in cui

non capisce di chi si può fidare, e in cui la sua peggiore nemica potrebbe rivelarsi propri lei stessa…

Incalzante, avvincente, il nuovo psicothriller di Wulf Dorn spiazza il lettore lasciandolo con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.

 

Commento:

Dorotea, che preferisce essere chiamata Doro, è una diciottenne con una capacità particolare, la sinestesia: per lei ogni persona ha un colore, il bruno ambrato della madre, l’avorio del padre, il tranquillizzante color sabbia per il dottor Nord, lo stabilizzante marrone terra fresca del dottor Fornstner, il rosso per la follia. Rosso follia come quella che ricollega a quattordici mesi prima, quando suo fratello è morto: Doro non ricorda quasi nulla di quella sera, sa solo che i suoi l’avevano obbligata a fargli da baby sitter, che lei avrebbe voluto andare a una festa, e poi sente una voce inquietante che le chiede cos’ha fatto. Ma lei, lei che tutti considerano pazza, non lo sa cos’ha fatto, non lo ricorda. Trasferitasi con la madre in un’altra città, dopo i mesi in ospedale psichiatrico, Doro prova a recuperare l’equilibrio, a riprendere in mano la sua quotidianità, a recuperare il rapporto con la madre e a farsi nuovi amici. Ma qualcosa di strano accade nella nuova casa: in piena notte, nel capanno del suo giardino, Doro trova un ragazzo ferito che le chiede aiuto dicendo di essere inseguito da un demonio. Quando però Doro va a chiedere aiuto il ragazzo scompare: è l’unica ad averlo visto e lo spettro della pazzia la perseguita. Nessuno le crede… ma qualcuno la aiuta nelle ricerche: Julian, il vicino di casa figlio del suo nuovo psichiatra, David, il ragazzo del lido dove va a lavorare, lo stesso dottor Nord… ma man mano che le “visioni” e le scoperte aumentano la credibilità di Doro diminuisce e la sua storia sembra sempre più assurda, sempre più frutto di una mente malata. Ma questo ragazzo esiste davvero o è solo un’allucinazione di Doro? E chi ha maltrattato il cane Nero? E chi c’era nella cantina della vecchia fabbrica? Troppe domande e troppe poche persone a dover trovare le risposte, fino a quando  la sinestesia di Doro e la sua tenacia saranno le sue uniche armi. Un thriller incalzante, inquietante, con un finale imprevedibile. Un altro esercizio di stile del grande Wulf Dorn che non delude mai.

Consigliato a chi ama i thriller psicologici, a chi non disdegna velocità e pathos e a chi ama lasciarsi sedurre e sorprendere dalla storia anche se qualche volta potrebbe risultare poco verosimile.

 

 

Opera recensita: “Il mio cuore cattivo” di Wulf Dorn

Editore: Corbaccio, 2014

Genere: thriller psicologico

Ambientazione: Germania

Pagine: 352

Prezzo: 14,90 €

Consigliato: sì.